Zibaldone

NOVEMBRE 2009

ALBERTO BONERA, "La sindrome del Cenacolo"

Raramente accade che una manifestazione di qualsiasi tipo (cultura, spettacolo, moda o arte etc.) acquisisca i caratteri luminosi e inconfondibili dell’evento. Infatti, oltre agli indispensabili requisiti di una intelligente preparazione, di un’accorta e zelante predisposizione di ogni dettaglio significativo e azzeccato al fine della riuscita ottimale del tutto, di una indubbia valenza dei contenuti proposti al consumo e al godimento dei
presunti e selezionati visitatori, nonché di una ricercata e attagliata forma di presentazione e di dispiegamento degli stessi, fosse anche il più pingue e seducente, si rende essenziale lo scatto imprevedibile e l’accensione di quel non so che di straordinario che solo dal grembo misterioso dell’animo umano può germinare, allorché un singolo io quasi per magia si trova accordato al sentire degli altri e piacevolmente sbalzato con loro a godere di un bene più alto.
L’esperienza della bellezza, come l’arte vera sa offrire, può essere il fattore vincente e per così dire scatenante di questo accadimento per certi aspetti prodigioso che non sarebbe azzardato per noi, che l’abbiamo patito in carne ed ossa, definire come vera e propria (incredibile dictu) sindrome del Cenacolo.
La sera della inaugurazione della mostra di pittura del maestro Alberto Bonera, il 19 nov. scorso, i sintomi dell’evento si sono fin quasi da subito manifestati con evidenza incontestabile: trepidazione fervida dei primi
visitatori raccolti qua e là in drappelli ciarlieri in attesa curiosa dell’arrivo per altro puntualissimo dell’artista (evento peraltro raro anch’esso), assiepamento festoso di alcuni prestanti e garbati giovani nella sala bar di
ingresso del ristorante, dove alcune belle signore già sedevano impazienti di conoscere l’ubicazione della mostra, sita nella elegante e suggestiva taverna sottostante, raffinata e accoglienza degli ospiti da parte del personale e del gestore in persona secondo i crismi di una classe e di un garbo scevri da ogni melensa e fatua affettazione, e, in ultimo, una luce soffusa e diffusa in tutto lo spazio espositivo, non certo congeniale ad una galleria d’arte, ma
capace di indurre il visitatore a una più meditata e raccolta contemplazione dei dipinti: umili soggetti fra gli altri, cui più sommessamente comunicare e dialogare.
E poi l’inesausto andirivieni di gente di variegata tipologia ed età che, a ondate successive, si inabissava nel ventre del locale dal piano soprastante, sciamando nelle diverse stanze elegantemente addobbate e arredate alle pareti dai quadri preziosamente incorniciati.
Ogni spazio pareva affollato e stipato come la stiva di un galeone spagnolo di ritorno dalle Americhe. Non un angolo che non fosse brulicante di sana vitalità, di schietto buon umore e brulicante di lieta conversazione e gioviale ilarità.
In omaggio alla pax romana un bel senegalese in tipico costume damascato verde smeraldo stava assiso mite e ignaro, ma vivo, ai piedi di un superbo e imponente duce romano in gesso o cera con tanto di pennacchio vermiglio e gladio consolare (stravagante e azzeccata combinazione scenica forse voluta da un caso previdente).
Il tutto tra un infinito scintillio di calici in cui a getto continuo sdrucciolava vino pregiato di varia qualità e gusto, porto da amene inservienti con gesto di ellenica grazia. Le vivande già allettanti alla vista, perché disposte in geometrie e arabeschi policromi, erano un vero balsamo ai palati pur pretenziosi dei commensali e ovunque si levavano calorosi apprezzamenti se non lodi sperticate agli operatori egizi della sala cucina. I quadri parevano quasi messi in disparte, ma agivano tacitamente da catalizzatori del magico clima di euforia effondendo anch’essi una luce particolare e ineffabile, che alle anime più sensibili si mostrava del tutto inconfondibile: era la luce stessa dell’arte pittorica. E di questo interessante argomento ha poi trattato il maestro nel suo intervento esplicativo dei significati precipui della sua ricerca artistica che si è incentrata proprio sul tentativo di trovare quel lume sorgivo e quell’orizzonte aurorale che costituisce il dominio proprio ed esclusivo della pittura.
Non mera descrizione o rappresentazione, ma teurgico artificio e invenzione pura di un ambiente primigenio e antelucano ove le cose vengono all’essere come intangibili soggetti che solo l’intuizione artistica può intercettare prima che cadano sotto il dominio oggettivante della ragione. In questa landa inquietante e oscura si gioca il destino della pittura: risalire a ritroso la corrente del farsi di una cosa per imprimerle il nuovo fiat lux creatore.
Solo abitando tale fascinoso enigma, la pittura è viva.
​La mostra – ha spiegato Alberto Bonera – si articola in 4 momenti.
Il primo, ambientato nella prima stanza, riguarda il ritratto di figure femminili colte soprattutto nella misteriosa seduzione dello sguardo.
Il secondo – nella seconda stanza – tratta il tema della natura morta in cui vengono privilegiate stravaganti forme di conchiglie marine associate a vermigli melograni semi – dischiusi in un contesto di chiara evocazione metafisica.
Il terzo, molto accattivante e ardito, si cimenta col nudo di donna di un giallo ocra abbacinante su fondo scuro, che appare, a mo’ di negativo fotografico, scavato e ritagliato dalla notte della creazione con effetto a tratti sconvolgente.
L’ultimo, di tendenza quasi informale, rappresenta un avventuroso pellegrinaggio nel mondo dei riflessi e delle rifrazioni luminose dell’acqua quasi nel tentativo di scrutarne i riverberi abissali.
A sigillo della serata c’è stato anche un gradito fuori programma dello stesso maestro, che si è esibito alla tastiera sciorinando con saputa destrezza alcuni brevi, ma brillanti brani di Bach, Chopin e altri moderni
autori, rianimando il pubblico e inducendolo a indugiare ancora divertito ed emotivamente coinvolto nel festeggiare fino a tarda ora in disincantato oblio.
Effetto desiderabile della sindrome del Cenacolo.

AGOSTO 2010

ALBERTO BONERA, "Remedium concupiscentiae"

 Una brillante operazione dei Carabinieri, su denuncia di una moglie gelosa e insospettita, ha recentemente portato alla chiusura di una delle lap-dances più note e frequentate della nostra provincia in località Bedizzole.
Giova per chi nulla o poco sapesse di questo genere di divertimenti, per altro diffuso un po’ ovunque nei paesi occidentali, offrire qualche informazione.
Le lap-dances si svolgono in locali notturni, in cui ballerine giovani e avvenenti si esibiscono in una seducente e maliosa danza attorno a un palo di metallo, appositamente installato su una pedana, attorno cui si dispone su sgabelli o in comode poltroncine tutta la clientela maschile.
A intervalli regolari, sull’incalzare di ritmi esotici e flussi vagamente melodici, le ragazze si denudano il seno per la gioia sospirosa degli astanti, che rimangono sempre più ingolositi e smaniosi di accedere a un grado più alto di intimità e connubio con tanta esuberante bellezza.
E qui scatta la trappola.
Gli uomini, adescati dalle fanciulle, le invitano a consumare una bibita insieme, ma, dopo un breve approccio, vengono indotti garbatamente a scegliere se mollare la presa o proseguire l’incontro in modo più riservato nei privè, piccole celle semioscure, in cui le ragazze si avventurano in uno spogliarello mozzafiato a esclusivo godimento del cliente, che, in comprensibile crescente inebriamento, viene portato allo stremo del desiderio e non vorrebbe più uscire da una così dolce gabbia.
Ma ogni dieci minuti, veloci come il vento, scatta inesorabile la tariffa (50 euro). Il cliente raddoppia,
nell’illusione che la situazione volga col tempo sempre più a suo favore, finché stremato e alleggerito (nelle tasche) si ritira, senza aver punto “consumato”.
Trattato come un cane da caccia, cui viene sottratta la selvaggina dopo avergliela fatta abbondantemente annusare.
Dura lex sed lex. La legge è dura da digerire, ma va rispettata.
I più ostinati e recidivi insistono a frequentare le bellezze nei privè per entrare in confidenza e poterle incontrare fuori dal locale. In certi casi la perseveranza vince e il cavaliere riesce a espugnare la rocca dopo una dispendiosissima campagna e approda a un rapporto di amicizia sponsorizzata.
Bel risultato dopo tanta fatica.
Ma non sarebbe stato meglio mantenere in vita le cosiddette case chiuse se le loro versioni attuali (lap-dances) portano a situazioni così paradossali e incongruenti?
Prostituirsi non è un bene. Lo sa anche mio nonno. È una scelta di necessità e di comodo. Di necessità,
perché motivata dall’indigenza, di comodo, perché opta per il più veloce e vantaggioso modo per uscirne, non per il migliore, eticamente parlando. Ma anche giovarsi delle grazie di una prostituta pagandola profumatamente è umiliante per l’uomo, che deve rinunciare alla gratuità del dono, laddove la natura stessa istintualmente la reclama.
La legge del resto non ha il compito di promuovere né di imporre le virtù, bensì di garantire il minor male possibile…
È in questa logica che appare davvero paradossale il fatto di non prendere in considerazione da parte die politici e governanti i guasti prodotti dalla ben nota legge Merlin, che ha portato alla soppressione delle case di tolleranza nel lontano 1957.
Da quella data la prostituzione è proliferata in forme più subdole ed anche più pericolose per la salute pubblica, sia in senso fisico che morale. Fisico, perché lo Stato non ha controllato più la sanità fisica di chi si prostituisce, e morale, perché è venuto meno un efficacissimo luogo di espurgo e ammortizzamento delle aggressività individuali e sociali. Non occorre, spero, citare a rinforzo le tesi di Freud sulle nevrosi da repressione, per riconoscere gli effetti destrutturanti di una irrisolta maturazione nella gestione corretta delle pulsioni sessuali.
La legalizzazione della prostituzione non ne è la soluzione. Che scoperta!
Essa costituisce pur sempre un valido REMEDIUM CONCUPISCENTIAE (rimedio alla concupiscenza) il meno pernicioso possibile. Non è da tutti esigibile quel superiore e luminoso controllo delle passioni di un Socrate, un Catone o di un Sant’Antonio Abate.
Gli uomini ancora virili, piaccia o no, sono spesso esposti a tempeste ormonali non sufficientemente controbilanciate da una pari forza morale di contenimento, e quindi le prostitute in certi casi possono svolgere una preziosa opera di sedazione e riequilibrio. Va da sé, e questo lo dico con gioiosa convinzione, che l’unico luogo di compimento e soluzione delle nostre aspirazioni ad una vera felicità affettivo-sessuale, rimane la tanto massacrata povera – santa famiglia, al mantenimento della cui stabilità anche le prostitute di vocazione, paradossale ma vero, han contribuito; vuoi facendo da sfogo a certe istanze depravate o trasgressive di mariti irrequieti, salvaguardando l’unità genitoriale di una famiglia (così indispensabile alla crescita sana della prole), vuoi tenendo chiara la linea di confine tra l’amore mercenario e quello oblativo, di cui le madri nostre han dato ampia e meritevole testimonianza. Linea di confine che oggi chiara non è più, visto che l’idolatria dello stare bene ha sostituito il culto del bene. La conquista ha lasciato il posto all’acquisto e il dono alla vendita. I sentimenti veri non son più la guida delle scelte decisive, compresa quella matrimoniale. In questo desolante contesto, la meretrice non svolge più quel ruolo socialmente utile di tampone delle angustie e nevrosi individuali e collettive, ma rappresenta in senso decadente lo sfizio prelibato e costoso di una diffusa schiera di anzianotti benestanti, che, disamorati e soli, sperperano le residue sostanze nei piaceri carnali, nella fallace illusione di viverli con lo stesso entusiastico turgore della verde età.
La escort, riedizione ingentilita della prostituta di alto bordo, si presenta come vera e propria donna in carriera, imprenditrice di successo, siede a capotavola e detta le norme della morale sessuale e sociale.
Non più recluse nei ghetti delle case chiuse, le meretrici di lusso sono donne stimabili come le sacrificate e virtuose madri di famiglia di ceto medio con in più la chance di approdare a una sistemazione matrimoniale di rango economico elevato.
Certo, se non fossero richieste, non avrebbero così potere. Ma l’aver cancellato il confine tra amor sacro – gratuito e amor profano – prezzolato li ha resi entrambi di pari dignità sociale.
Intanto, le prostitute di prezzo accessibile ai poco abbienti continuano a battere lungo le strade di periferia al lume sinistro dei lampioni o negli anfratti desolati di qualche marciapiede: spettacolo non certo edificante anche per i nostri pargoli impossibilitati a conservare un minimo di sana ingenuità.
Va detto anche che una prostituzione controllata dallo Stato la renderebbe di fatto sottratta alla criminalità e farebbe da palestra di addestramento e iniziazione ad una corretta virilità.
Forse anche certa mollezza di costumi con conseguente aumento esponenziale delle derive omosessuali è un effetto in
contestabile di una mancata strutturazione della personalità maschile secondo stilemi di un’autentica virilità.
Va ricordato il prezioso ruolo delle istitutrici – fantesche nel Sei – Settecento, che hanno salvato dalla precoce estinzione molte famiglie aristocratiche, mantenendo vivi gli attributi maschili degli eredi destinati a perpetuare la continuità dinastica.
E che dire delle etere, colte e raffinate cortigiane dell’antica Atene, accettate e rispettate come libere cittadine all’interno della Polis?
Certo. Non è indispensabile passare attraverso la scuola di una prostituta per forgiare un vero uomo. Docet il caso di Renzo Tramaglino, Alcide de Gasperi e Papa Wojtyla, ma sarebbe disonesto sottovalutare quel ruolo di taumaturghe e consolatrici di tanti infelici svolto nei secoli dalle meretrici. La carità romana ha nei dipinti secenteschi le sembianze di una giovane donna che porge il suo seno ignudo a un vecchio malato come fosse un infante da iniziare a nuova vita. E il termine stesso di “casa di tolleranza” non sta forse a indicare una certa vocazione alla sopportazione e all’ascolto? Virtù rare nelle nostre cosiddette società avanzate, ma alquanto avariate. Alla luce di ciò (si scandalizzino pure i ben pensanti, se-pensanti), temo sia probabile quanto annunciato nei sacri testi, che cioè molte di queste prostitute ci precederanno nel REGNO, sempre che ci sia data l’opportunità di avvistarne la soglia.
Intanto, in attesa che si ritocchi la legge Merlin, conviene affidarsi alle cure e alle lusinghe dei filtri amorosi del mago MERLIN(O)…

NOVEMBRE 2010

ALBERTO BONERA, "Un social network"

Ti senti solo? Non hai famiglia? … Oppure ce l’hai ma non vi appartieni? Non ti senti né cercato né amato? Accendi il computer e vai su Facebook! Ti si apre un insperato orizzonte di relazioni e di amicizie lusinghiere!… Basta confermare con un semplice click la richiesta di amicizia e puoi accedere a una folla di immagini e di volti che si schiudono a grappolo in una galleria infinita. Sortilegio della telematica!
Così ti accorgi d’un tratto di avere un nuovo prossimo, anche se è lontano. Il massimo della prossimità coincide con il massimo della distanza. Questo mondo di virtuale sortilegio costituisce ormai nella nostra società il luogo di rifugio e di consolazione per tante anime che, in numero sempre crescente, non si sentono più partecipi e accolte nella comunità, proprio perché non sentono di avere più niente in comune. Senza il “comune” viene meno la comunicazione e quindi il rapporto reale e caldo con il vicino.
La nostra struttura sociale, dopo avere creato il vuoto e l’impossibilità della comunicazione diretta, ci ha compensato con la comunicazione virtuale. In ciò sta la potenza della tecnica: tanto toglie quanto virtualmente ripara.
Virtuale sta ad intendere ciò che può essere, non ciò che necessariamente deve essere. Nel possibile è insita la possibilità dello scacco, cioè del fallimento e della perdita. Se il virtuale elude il confronto con l’attuale, resta bastante a se stesso, in un certo senso si autoreferenzia. In poche parole ci si può convincere di essere gettonati, cercati, amati, senza esserlo; di contare qualcosa per gli altri e per il mondo, senza di fatto percepirne la verità. Ci si può infine convincere di avere una chiara identità da custodire per gli altri, insomma di essere finalmente qualcuno.
Smarrito il senso reale, se ne trova uno virtuale. Il criterio determinante nel mondo di Facebook è di soddisfare ora le aspettative del vicinato che ti guarda e subito ti giudica. Non solo il tempo è mortificato, ma anche lo spazio destinato all’incontro del prossimo si è mutato in una arena per la competizione di diversi status in cui si gareggia con la presunta felicità altrui.
Finalmente qui si può, senza frustrazioni, omologarsi al mondo degli altri superando ogni complesso di
inferiorità.
Se però appena rientriamo in noi stessi e pensiamo secondo quel buonsenso che abbiamo assunto dalla nostra piccola storia quotidiana, non possiamo non renderci conto che questo teatro fittizio non comporta altro che la morte del prossimo, del prossimo vero, che incontriamo ogni giorno e ogni momento, ormai sempre più lontano e irraggiungibile. Eppure sappiamo che il comandamento evangelico ci impone di cercare e trovare la presenza dell’altro in chi fisicamente incontriamo e frequentiamo nello spazio reale ogni giorno abitato. Sappiamo anche che la salvezza per ciascuno passa attraverso questo ineludibile vincolo di vicinanza, più difficile da coltivare e da servire, più scomodo di quello virtuale che il network ci offre.
È sempre attraverso la porta stretta che si guadagna autentica libertà.
Però oggi piove, aspettavo una telefonata, è svanito un incontro e non ho voglia di sentirmi rispondere che la persona cercata è in riunione … ma sì dai … cerco qualche nuova amicizia su Facebook …

 

GENNAIO 2011

ALBERTO BONERA, "Pensiero debole"

La diffusa convinzione che un problema, soprattutto se grave, sia insolubile, è sintomo di una società in preoccupante decadenza per mancanza di ingegno e creatività.
Se poi i problemi da considerare irrisolvibili aumentano esponenzialmente fino a far subentrare negli animi una sorta di inguaribile rassegnazione, allora c’è da suonar la sveglia e adunare prestamente tutte le risorse disponibili e prender coscienza che il principio di ogni azione nella vita e nella storia è la volontà.
Essere è volere.
E il volere si esplica nello scegliere.
La scelta impone una esclusione ed ogni esclusione comporta un sacrificio.
Lo sappiamo.
E ogni sacrificio è legittimato da una ragione forte.
Sembra invece ormai da tempo che le nostre democrazie siano affette da una sindrome diffusa di senso di colpa universalizzato e paralizzante verso ogni decisione forte, come se laddove si manifesti una forza, necessariamente si eserciti una violenza.
Così, per timore di essere violenti, andiamo via via rinunciando ad essere forti. Come se un uomo maschio,
pur di non passare per duro, rinunciasse a essere virile.
Questo è in distillato l’esito del cosiddetto pensiero debole, i cui maestri ed esponenti hanno plasmato ormai le menti di tantissimi cittadini europei, consentendo il passaggio dalla celebrazione della volontà di potenza del secolo scorso alla compiaciuta e plaudita esibizione dell’impotenza della volontà di oggi.
Ma facciamo un esempio.
Mi riesce difficile capire come si possa tollerare che i muri della nostra pur bella città vengano di continuo imbrattati di scritte immonde o indecifrabili o di segni astrusi, spesso in vernice indelebile.
Questi pintori o untori come dir si voglia operano indisturbati per lo più di notte senza mai essere da
alcuno intercettati.
Bel mistero!
I cittadini che si trovano la propria casa insudiciata, dopo magari averla fatta rintonacare e restaurare a nuovo, devono rassegnarsi a subire tale angheria senza possibilità alcuna di rivalersi giuridicamente.
Il problema è catalogato da tutti i tutori dell’ordine e dagli amministratori del territorio come insolubile
(in acqua calda…!).
Non sarebbe forse il caso di considerare tali atti dei reati penali?
Ma fammi ridere!…
Allora di questo passo dovremmo considerare reato anche il gettare in terra i mozziconi di sigaretta che
insozzano i marciapiedi.
Accontentiamoci dunque di non calpestare gli escrementi dei cani per strada e non chiediamo di più.
Questo ultimo problema si è potuto risolverlo perché si è puntato non tanto sul senso di educazione svizzera e di rispetto del suolo pubblico, quanto sull’amore indiscusso di padroni e padrone per i loro cani, amore che li motiva senza vergogna a raccogliere accuratamente le loro feci con la premura di una mamma che cambia il maleodorante pannolino ai propri pargoli.
Insomma bisogna far leva sull’amore per muovere la volontà.

 

FEBBRAIO 2012

ALBERTO BONERA, "Tutto passa"

Tutto passa. Passa il cielo, passano le stelle. Un altro anno è passato. Uno nuovo è principiato, sotto non fausti ausp-I.c.i..
Guardarsi alle spalle non giova ad alcuno.
È doveroso procedere oltre coraggiosamente, fosse anche ad attenderci il deserto da attraversare. A guidarci non c’è Mosè, il profeta, ma Monti, il professore, dalla favella asciutta e algida e dallo stile impeccabile chirurgico -cardinalizio.
C’è poco da scherzare. Questa volta la terapia d’urto è di quelle che gravano, forse insopportabili per molti. Chi campa, vedrà. A noi, dopo la visita al presepio, non resta che uno splendido inaspettato stendardo azzurro del cielo e il dorato riso di un sole ardente e quasi sfrontato, che si beffa dei rigori invernali, risplendendo immortale e superbo sulle nostre sciagure politico-finanziarie.
La nostra meta, a detta dei nuovi argonauti, resta ancora e sempre l’Europa, donna splendida e fatale, che però non ci ha per ora concesso neanche un minuto di amore, seducente e irraggiungibile come certe chimere antelucane.
Ma per amore si deve soffrire. Se no, che merito vi sarebbe nella conquista? Orsù, dunque, alziamo la testa e procediamo uniti, come uniti forzosamente procedevano le colonne di schiavi che ceppi e catene vincolavano gli uni agli altri.
La schiavitù è l’amaro destino dei popoli che perdono il culto della vera Divinità tramandato dagli avi e adorano, come noi abbiam fatto e seguitiamo a fare, i falsi idoli stranieri.
Anche il sacrificio più strenuo è vano se votato a un idolo fatuo.
Non dimentichiamo: crisis significa scelta, decisione.
E allora è tempo di lasciare il pensiero debole e decidersi a un cambiamento audace di mentalità e di visione del mondo.
Certo, a vedere certe facce esangui o sbigottite dei bresciani che girano in centro o di certe pur avvenenti donne nostrane che a stento abbozzano un sorriso forse per non scomporre il disegno delle labbra troppo spesso incautamente restaurate, non c’è di che confortarci.
Tuttavia una persona matura non guarda più agli uomini – orsi, ma alle stelle dell’Orsa…

 

MARZO 2012

ALBERTO BONERA, "La mia città, un deserto"

Era consuetudine per i bresciani qualche decennio fa, dopo una serata passata o in famiglia o a cena in qualche trattoria, trovarsi a sera inoltrata in alcuni locali-osterie “storiche” per commentare gli avvenimenti del giorno e scambiarsi con fervore idee, opinioni e chiacchere, e allietati da un buon fiasco di vino e da qualche fetta di pane e salame.
Chi, fra coloro che non sono più in verde età, può dimenticare le festose e rustiche nottate passate in compagnia a dibattere i più svariati argomenti e a parlare dei nostri progetti e dei sogni per l’avvenire?
Proprio da quegli incontri con i personaggi più variegati e disparati della autentica vita bresciana sono nati i nostri pensieri più importanti e le nostre scelte cruciali.
Tra i muri affumicati di quelle osterie e pregni di inconfondibili odori si è forgiata nel bene e nel male una generazione di giovani pieni di aspettative e di alate illusioni.
Fra i nomi più noti dei locali dell’epoca che rispondevano a queste prerogative, ricordiamo: lo Zuavo, il Frate, la Grotta, per non parlare del Cantinone, già frequentato dal Foscolo in occasione del suo soggiorno a Brescia durante la composizione de “I Sepolcri”.
Erano questi i luoghi del cosiddetto Rinciuchì: il bis del dopocena o del dopo teatro …
Ora, invece, dopo una bella cena trascorsa in compagnia, si assiste tristemente alla diaspora di tutti i
commensali che si rifugiano ciascuno nella propria dimora lasciando deserte le strade, le piazze e i locali del centro.
A chi passeggia a tarda sera si presenta mestamente lo spettacolo kafkiano di una desolante solitudine, che aspetta solo di essere schiarita da un “bengala”; infatti durante il coprifuoco dell’ultima guerra tutti sanno delle incursioni volanti di Pippo che illuminava sinistramente la città per aprire la strada e mostrare i bersagli ai bombardieri americani.
I bresciani, si sa, sono gente industriosa che ama il lavoro, si alza di primo mattino e la sera non predilige andare a spasso nel salotto cittadino, ma tende a ricoverarsi presto nel giaciglio domestico sia confortato da moglie e figli, che da qualche affettuoso cane o tiepido gatto.
Tuttavia le anime più inquiete e creative desiderano comunicare ed esprimersi al sopraggiungere della notte, alveo e grembo misterioso in cui si intuiscono verità nascoste al bagliore del giorno e balenano visioni insperabili e inaccessibili durante la tempesta della briga quotidiana.
Ora, per queste non v’è spazio per nidificare e prosperare perché manca un tavolo e una lampada accesa al cui lume dimorare e pensare. È certo che questo vuoto di comunicazione impedisce a tante risorse e intelligenze della nostra città di coagularsi per produrre un nuovo movimento di rinnovamento e civiltà.
Chi non ha un luogo, anche semplice e umile per ritrovare la propria storia, la propria identità, la propria vocazione, come membro di una comunità umana, rimane dissociato e inevitabilmente destinato a naufragare nel proprio egoismo. Spiace che questa situazione di incomunicabilità si riversi in particolar modo sui giovani, che in alternativa ai sani ambienti delle vecchie osterie si riversano in locali alternativi che sono purtroppo impostati secondo i canoni del divertimento più alienante.
Si parla tanto (e a sproposito) di rivitalizzare il centro storico e si pensa di farlo attraverso notti dai vari colori oppure facendo insediare villaggi e “accampamenti” commerciali proprio in faccia al nostro Duomo … Ma non si può riattivare la cultura popolare solo attraverso la proposta di consumare vivande di vario genere!
Bisogna che i bresciani tornino a dialogare e ad amarsi in modo più genuino accanto a un bel pianoforte e magari, a qualche sapiente vecchio e confortati dal sorriso di una bella locandiera mescendo versi divini a vini diversi.
P.S. (foto consigliate: una raffigurante un fiasco di vino con pane e salame e una raffigurante una città deserta).

 

MAGGIO 2012

ALBERTO BONERA, "Spoon river"

Tutti, tutti, tutti dormono là, sulla collina, ciascuno con una sua storia, un suo dramma, un suo destino. Sulle epigrafi di quelle tombe è condensata nelle più svariate figure la vita di una intera comunità e custodito il mistero fascinoso di un popolo: il popolo di Spoon river.
Un nome, questo, che, come tante altre denominazioni di luoghi della vastissima provincia americana, sarebbe rimasto sepolto nell’oblio, se non fosse per il genio poetico di Lee Masters, avvocato newyorkese originario di quel remoto villaggio, che ne immortalò la fama in una straordinaria opera letteraria che va sotto il titolo di Antologia di Spoon River.
L’opera comparve in Italia nel marzo 1943, nella traduzione di Fernanda Pivano, che aveva avuto il testo da Cesare Pavese, appassionato cultore della letteratura d’oltre oceano.
Il successo straordinario del libro è imputabile al fatto che le voci dolenti e terribili dei personaggi di Spoon River son l’emblema e la insuperabile rappresentazione poetica di quella grande angoscia americana di fine Ottocento, che prefigura inesorabilmente la decadenza dell’Occidente europeo del secolo scorso. Cioè di un sistema sociale che non riesce più a pensare in “universali”, cioè secondo quei principi assoluti che danno ragione e senso al dolore, alla malattia, al fallimento, al male, alla morte.
Così le povere esistenze di Spoon River rimangono appese e sospese come interrogativi inquietanti ai versi potenti del loro auleta, che si sente parte viva e interprete privilegiato della loro sommessa voce, che nei tratti inebriati della sua penna diventano urli gelidi e appassionati nel dir di sì alla vita nel suo perenne ciclo di morte e trasfigurazione. Abbandonata a sé stessa, ogni esistenza è come ridotta a un frammento, a una scheggia tesa a trafiggere il vuoto e il silenzio del tempo, per ripararsi in un grembo ignoto che li oltrepassa chi sa dove… chi sa dove…
Si comprende così quanto sia labile il confine tra il “non essere mai” della vita e il “non esser più” della morte e come questi due termini rimandino al fondo abissale della grande madre che li sostiene.
I vermi che brulicano sotto il manto dell’erba battuta dalla pioggia fredda presto diverranno semi e radici e arbusti e fronde e frutti per poi tornare alla polvere in un ciclo inesausto, il cui segreto è forse custodito là, oltre la collina, nel ventre molle del cielo.

GIUGNO 2012

ALBERTO BONERA, "Parresia"

Se ne sentono e dicono di tutti i colori.
Che, se noi fossimo rimasti fuori dall’euro, saremmo oggi ridotti peggio dei Greci.
Che però, per come è stato gestito tutto l’impianto della moneta unica, siamo avviati al tracollo.
Che l’Italia è troppo importante nello scacchiere europeo e che è impensabile venga lasciata a un triste destino.
Che però è considerata ancora inaffidabile dai mercati che contano.
Che noi, terremoti permettendo, ce la faremo a uscire dal tunnel con l’orgoglio e dignità di un grande paese, senza l’aiuto di alcuno.
Che però, senza l’innesto di eurobond, non c’è benzina per avviare il motore.
Che, come avviene per un bosco sano, dopo il taglio c’è la crescita e più rigogliosa che prima.
Che però il nostro sistema politico e sociale presenta un tessuto consunto e gravemente ammorbato su cui è assai improbabile possa germinare qualcosa di buono.
Che il Paese non ha la robustezza di un vero stato laico sovrano per colpa della Controriforma cattolica.
Che tuttavia le forze cattoliche dovrebbero partecipare attivamente alla rinascita della ripresa della crescita. Che qualsiasi immigrato, anche clandestino costituisce per noi una risorsa preziosa, perché ci costringe a uscire da un miope egoismo e ad aprirci alle altre culture o in-culture che siano.
Che una pacifica integrazione, se non va a posto l’economia, sarà molto difficile.
Che i sismologi dovrebbero allertare le popolazioni a rischio sisma, ma non allarmarle per non creare uno stato di angosciosa attesa molto nocivo alle attività produttive.
Insomma, una volta dato l’allarme, sarebbe quasi meglio se il terremoto accadesse, in modo da non vanificare la prevenzione.
Che gli omo-e-sessuali sono una risorsa in fertile espansione e che omaggiarli è l’unica valida profilassi
contro una delle più gravi patologie dei nostri tempi: l’omofobia.
Che però essere anti-omo-fobico non significa essere gay.
Che gli esodati hanno l’opportunità di riscoprire nell’Antico Testamento il loro destino di popolo errante verso la terra promessa (la pensione).
E in un certo senso ci dovremmo sentire tutti un po’ degli esodati dalle nostre passate certezze ed avere il coraggio di affrontare il deserto con o senza un Mosè, che ci guidi oltre il Giordano.
Sarà dura… ma lo sguardo va tenuto alto, verso le stelle dell’Orsa, chè forse si alza la borsa……

 

LUGLIO 2012

ALBERTO BONERA, "Gira il mondo, gira …"

L’uomo, si sa, è un animale accomodativo (cfr. D’Annunzio) … non v’è situazione o fatto cui non riesca, prima o poi, ad abituarsi facendo di necessità virtù. Sicché, anche alle rotonde, noi automobilisti ci siamo giocoforza adattati sperando che ciò possa beneficamente influire sulla sicurezza e scioltezza del nostro viaggiare.
Per quanto mi riguarda, ho sempre prediletto le linee rette, così come pensavano gli antichi romani che progettavano strade e città secondo linee perpendicolari in ossequio al loro culto della praticità e dell’orientamento nello spazio. La linea retta è indice di certezza e di chiarezza riguardo alla mèta che si intende raggiungere e anche rassicurazione morale riguardo al mantenimento dei nostri propositi.
Rettitudine, infatti, indica la saldezza nel custodire una condotta consona all’obiettivo proposto.
La curva è sì indispensabile, ma per immettersi in un nuovo cammino rettilineo. Perdere la cognizione rettilinea produce inevitabilmente spaesamento e smarrimento.
Dante stesso esordisce la “Divina Commedia” rappresentandoci la foresta oscura quale dimora di chi ha smarrito la diritta via …
Non esageriamo, attraversare una rotonda non è inoltrarsi nello spaesamento della notte né perdita di coscienza della meta che dobbiamo perseguire, anzi, potremmo interpretarla in un’ottica ludica come un obbligato ma piacevole giro di giostra che ci svia dalla monotonia del procedere sempre nella stessa direzione. Il fatto è che queste rotonde sono diventate veramente troppe e ad ogni giro di giostra si rischia di perdere il senso dell’orientamento; è di non molto tempo fa il caso di quell’uomo che nella profonda bassa bresciana si è protratto per ore a girare intorno ad una rotatoria, finché è stato soccorso e ricoverato in neurologia con sintomi di preoccupante ansia da spaesamento.
Soprattutto di sera possono capitare interpretazioni fallaci nello svincolo dalle rotatorie e quindi di viaggiare, senza saperlo, in direzione opposta a quella desiderata. Dopo aver passato tante di queste rotatorie una persona rischia di sentirsi decentrata e non più capace di padroneggiare lo spazio che la circonda.
In un certo senso il decentramento delle persone pare essere un obiettivo psico-politico del nostro sistema, ormai massificato, che induce gli individui a non pensare più la vita e il mondo secondo le coordinate stabili che hanno sorretto sempre le scelte delle generazioni passate e che ci hanno permesso di acquisire quei cardini fondamentali su cui costruire ogni significato della vita.
Certo… ci sono meno semafori che interrompono il nostro cammino, sicché siamo meno infastiditi dalla noia della so-sta forzata ma rischiamo di essere collettivamente coinvolti in una sindrome da labirintite cronica, per la gioia de nostri medici curanti. Non è un caso che il reparto di otorinolaringoiatria sia negli ultimi tempi sempre più affollato di pazienti che lamentano disturbi del genere… Meglio era forse tener fermo lo sguardo alla magica lanterna del semaforo in atte-sa che maturasse il verde speranza agognato…

SETTEMBRE 2012

ALBERTO BONERA, "A rischio di liquefazione"

Abbiam trascorso un’estate a rischio di liquefazione, ma ora si respira il fresco dell’autunno incipiente e nuova linfa ci fluisce nelle vene e nella mente.
È tempo di stendere qualche progetto e di abbozzare un percorso almeno credibile per noi e quelli che ci seguono con un certo interesse.
La situazione intorno non dà segno di miglioramento, anzi…
La crescita riguarda sempre e solo i capelli, così come i tagli, che si mantengono a buon mercato grazie al buon senso dei nostri bravi barbieri, sempre più ammodernati ai vezzi di una clientela sempre più esigente nel dare un tocco di originalità al proprio aspetto. Un taglio particolarmente azzeccato nel valorizzare i tratti del volto può sempre avvantaggiarci nella conquista del consenso familiare e sociale, nel posizionamento lavorativo e anche in qualche approccio amoroso.
Dei tagli promessi alla abnorme spesa dello Stato, manco l’ombra. Del resto, come sperare che li promuovano coloro che da questi avrebbero il massimo nocumento?
Parlamentari, para statali, generali imbalsamati, dirigenti pubblici, divi televisivi, eroi della pedata, sotto – segretari di rango, cortigiane di regime, fanfaroni leccapiedi, boiardi dell’amministrazione, ignavi frequentatori dei sottoboschi della burocrazia, callidi sfruttatori di benefici iniquamente destinati: insomma una schiera enorme come quella che attraversa la caligine delle bolge dantesche, un gigantesco ectoplasma che succhia sul nascere ogni viva risorsa al nostro pur lodevole impegno a costruire una qualche via di riscatto e salvezza.
Le parole dei politici sono sempre quelle: ripresa, sinergia, territorio, eccellenza, radici, solidarietà, progetto di cultura…
Una cosa è certa. Di denaro ce ne è, e in sovrabbondanza, ma si trova saldamente rinchiuso nei forzieri di una sempre più ristretta casta, che, proprio perché in tempo di crisi, è ben consapevole del proprio privilegio e se ne infischia altamente del disagio altrui. I bresciani, quelli che contano, stanno economicamente benissimo e sono fedelmente alleati tra loro anche se si presentano sotto simboli ideologici e politici opposti. Che si voti per l’uno o per l’altro, i direttori d’orchestra son sempre quelli o i figli dei figli degli stessi.
Dai su, che non siamo nati in solaio…
Svegliatevi, che è tardi!
E io pago!!!…

OTTOBRE 2012

ALBERTO BONERA, "Tintoretto"

Starà su? Andrà giù? Starà su? Andrà giù?… Ma certo che starà su!!!
La torre Tintoretto resterà a perenne testimonianza della insipienza architettonica di quel tipo di edilizia popolare che ha infestato gli anni settanta col beneplacito degli amministratori pubblici.
Del resto è meglio così. In tempi di crisi, spendere per abbattere non ha senso.
Una cosa è certa: gli atti si devon compiere quando è calda la volontà.
Col tempo l’ardore del volere si stempera e tutto si assopisce in una vile rassegnazione. Codesto è l’andazzo di questi tempi, per cui anche idee giuste e forti trovano nella lentezza burocratica e nell’ignavia dei politici un ostacolo insormontabile.
Ed è proprio su tale inettitudine che il sistema democratico denunzia il suo limite imperdonabile. A forza di concertare, consultare, confrontare, contrattare, consorziare etc., si perde quel che i Greci chiamavano il kairòs, cioè il momento propizio, unico e irrepetibile per tradurre in atto l’intento della volontà.
Così avviene, lo sappiamo, anche nelle conquiste amorose, per cui, se non si è tempestivi a interpretare l’intenzione altrui (sempre ovviamente che interessi), si è destinati allo scacco.
Tutto di conseguenza si sfiamma e anche il consenso riguardo a una nobile impresa si smorza fino a scemare del tutto.
Tornando alla vicenda della torre Tintoretto (con quale impudenza si può associare un nome così illustre a una tale bruttura?), si potrebbe trovare una ardita quanto strabiliante soluzione: da pietra – cemento dello scandalo a superba effigie e monumento della contemporaneità.
Come gli Egizi fecero con le Piramidi, che furon rivestite d’oro per renderle splendenti e visibili alle più remote distanze, potremmo indorare, con vernici appropriate non costosissime, tutte le pareti esterne della Torre, costellandole di pannelli luminescenti multicolori, e sul tetto nero avorio issare lì finalmente la bella statuona del Bigio, per il quale ormai sembra sfumata l’opportunità di una sistemazione in piazza della Vittoria.
Ma v’immaginate che spettacolo adocchiare in lontananza dalla terra e dal cielo una tale straordinaria
opera – installazione di arte contemporanea, che fonde in una irrepetibile sintesi la bellezza della virtù
romana con l’aggressività creativa dell’anima imprenditoriale bresciana.
Suvvia! La cosa è fattibile… Attenti però a non perdere il kairòs…

 

NOVEMBRE 2012

ALBERTO BONERA, "Sulla forza"

Secondo le leggi fisiche, nessuna particella, senza che le si applichi una forza, può agire nello spazio e così risulta di fatto inesistente.
La vita, senza forza, è una passeggiata inutile e incolore.
Eppure tutto nella quotidianità nostra è improntato a una sorta di lasciva debolezza, dall’educazione dei pargoli coccolati a dismisura e iper-valorizzati, al fine forse di guadagnare il loro affetto, alla formazione scolastica, sempre più omologata verso il basso, nonostante l’impegno di pur seri docenti, alla morale, devastata ormai dall’idea che si debba perseguire più lo stare bene che il bene, alla politica, orrendamente insudiciata da comportamenti indecenti.
Resta una pace apparente, in cui alligna solo mediocrità di intenti e di vedute.
A forza di predicare la non-violenza, ci siamo ridotti inermi e innocui, per la gioia di uno Stato sempre più esoso e invasivo, che dispone e impone la sua potestà incontestata sui suoi cittadini – sudditi.
Abbiamo lasciato alle spalle lo Stato Etico, che ci impegnava in quanto suoi membri a mantenere una condotta di vita e lavoro improntata a un rigoroso senso del dovere, per finire sudditi di uno Stato libertario e aguzzino che ci lascia una libertà fasulla e depotenziata, perché privata delle risorse morali e materiali che la rendono efficace.
Dalla volontà di potenza di nietzschiana memoria si è passati all’impotenza della volontà.
L’errore, cari signori, sta alla base. Da decenni non facciamo che predicare il culto della non-violenza e del pacifismo a oltranza, castigando anche l’idea stessa della forza, di cui la violenza è la deriva degenerata e incontrollata. Ci siamo così rassegnati a diventare paciosi e del tutto tolleranti, rinunciando alla forza per evitare il rischio di passare per violenti. Dimentichiamo che la vita è di per sé stessa violenta e, se non la
si prende con la dovuta forza, ci disintegra.
Sentenziava Seneca che spesso gli uomini creano un deserto e lo chiamano pace.
È proprio il caso nostro e sta qui forse la prima causa della crisi della nostra civiltà. La pace, per essere vivibile, deve mantenersi combattiva e prospera di energia.
In che si distingue se no la vita dal nulla della morte?
Dobbiamo allora convenire che, ancor più grave della mancanza di euro, è la mancanza di palle la causa vera della crisi. Una palla può dare forza, ma sono due a dare potenza, e una forza che è potente può sollevare anche le montagne (Monti compreso…)

GENNAIO 2013

ALBERTO BONERA, "Memento audere semper"

Stornato il timore della fine del mondo, è d’uopo riprendere il cammino con rinnovata energia.
Il mondo ci concede una ulteriore proroga di soggiorno e questa volta si deve farlo fruttare con più saggezza e coraggio.

Memento audere semper.
La saggezza non inibisce il coraggio. Anzi, proprio perché sa guardare oltre, ci spinge ad osare di più. L’osare comporta il saper sognare ancora, alzare lo sguardo al cielo, come fecero i tre Re Magi, adocchiare la stella che segna il nostro destino, alzarsi e seguirla, a dispetto di chi mal ci consiglia, di chi ci invita a rimanere nella palude del tirare avanti senza arte né parte, condividendo gli schemini dei mediocri, molti dei quali sono anche onesti e trasparenti, ma portatori sani di una noia letale. Che Dio ce ne scampi! A noi è data altra sorte: quella di emulare non tanto e solo i bravi, ma soprattutto i migliori, anche se sono già trapassati.

A grandi cose accendono l’urne dei forti…
Certo, se pensiamo che potremmo tra poco di nuovo finire sotto i ferri dei super-chirurghi del fisco, avidi di spremere a noi del popolo minuto quel poco che resta in saccoccia, c’è da aspettarsi attacchi di enterocolite spastica per sindrome da imudeficienza. Del resto, lo sappiamo, la gran parte degli esperti e dei politici che li attorniano, vivono dei loro pa-ra-mondi (para-Monti) fatti di algometrie e grammatiche totalmente dissociate dal nudo fatto dell’esistere.
Vita, sudore, dolore, sangue non sono contemplabili dentro un sistema di tabelle fiscali e prescrizioni
terapeutiche che prevedono, in caso di febbre, l’uso del redditometro.
Ci si può forse consolare pensando che, in fin dei conti, abbiamo pur sempre la più bella costituzione del
mondo, come un bel vestito che ci teniamo nell’armadio e non possiamo indossare perché di taglia troppo stretta.
Possibile che non la si possa ritoccare? Non sarà mica la legge eterna che move il sole e le altre stelle?
Una cosa è certa: una volta scampati alla fine del mondo, si rischia ora di vivere un para-mondo senza fine.
Orsù dunque… si alzi un suono intrepido di tromba!…

 

OTTOBRE 2015

ALBERTO BONERA, "Anche senza saperlo"

Noi tutti, anche senza saperlo, pensiamo e parliamo metafisicamente, secondo le categorie del pensiero greco antico. Certo, lo facciamo macchinalmente, non rendendocene conto, ma abitualmente e quotidianamente. Se dico: “questa è una Mercedes, c’è un portacenere sul tavolo, il nonno è all’ospedale, la sua ragazza è stupenda, essere onesti comporta sacrificio, non ho trovato nulla, i politici sono sempre in vacanza ecc. …”, esprimo dei giudizi sull’ente (essente) che mi circonda e in cui ogni volta mi imbatto anche casualmente, e, per formulare tali asserzioni, mi valgo, senza farci caso, di forme e concetti della metafisica.
Riconoscere un oggetto come tale, cioè per quello che esso è (una macchina, un uomo, un cane, una nuvola, una canzone, una idea) presuppone che io abbia una preconoscenza (conoscenza a priori) degli universali, cioè di quei concetti che radunano ciascuno una molteplicità innumerevole di enti, per es. i gatti, che, pur diversi l’uno dall’altro per caratteristiche di qualità, forma, indole, si trovano tutti accomunati nel termine gatto. L’essere gatto del gatto è condiviso da ogni gatto. Ciò che accomuna ogni possibile gatto passato presente o futuro è quello che i filosofi greci chiamano essenza immutabile e incorruttibile o idea, da sempre sita nel mondo iperuranio, al di sopra e prima di noi.
Che ci importa di tutto questo? Assai poco nella disbriga degli affari della vita quotidiana. Anzi è un sapere inutile. Però essenziale, perché ci fa presente come volenti o nolenti siamo in tacito rapporto con le essenze universali, che sono le idee divine sul cui modello sono foggiate tutte le cose.
Siamo terrestri mortali, ma meta-fisici (al di sopra degli enti). Non è male sapere questo anche mentre il degrado antropologico trionfa e mala tempora currunt.

NOVEMBRE 2015

ALBERTO BONERA, "Penelope e Armida"

Se una donna si innamora di un uomo sposato e, sicura di essere da lui corrisposta, aspetta pazientemente e spera ostinatamente che lui abbandoni la moglie per mettersi con lei, prende una colossale cantonata.
Può anche avvincerlo nei nodi di una focosa passione irresistibile o nei lacci dei più molli e voluttuosi piaceri dello scaltro Cupido dal dardo dolce e letale, ma indurlo a sciogliere il patto nuziale è impresa destinata a ineludibile scacco, anche nel caso la moglie dell’amato sia una impareggiabile rompiballe o una iena indomabile o peggio un’autentica megera.
Perché?
Ma perché nella struttura inconscia dell’uomo maschio, la sposa occupa un posto sacro come la madre, anzi si sostituisce destinalmente nel rapporto edipico con la figura materna, in conflitto con questa perché ambisce a soppiantarla.
Se l’uomo lascia il tetto coniugale, non è per amore dell’eventuale amante, ma perché la moglie gli ha rifilato una pedata nel sedere, magari dopo aver scoperto la tresca del povero ingenuo, che pensava di non destare sospetto alcuno dietro un comportamento apparentemente irreprensibile, ma assai poco caliente.
Quindi non inquietatevi, care amanti di uomini coniugati, se per tutto il fine settimana non squilla il telefono e non parte neanche un messaggino di ricordo. Il sabato e la domenica sono i giorni sacri della liturgia
sponsale. Guai a profanarla!
Ma fatevi comunque coraggio.
Abbandonato l’hortus conclusus della dea Arianna e dei sacri riti, il vostro cocco entrerà festante nell’hortus deliciarum della maga Armida e a voi di nuovo garberà (non è così?) di lasciarvi ingannare dalle sue vane promesse: che ormai non vede l’ora di separarsi, che ne ha già parlato alla consorte, che non riesce a rinunciare mai più all’appuntamento con la felicità di un’autentica vita di coppia, che solo voi per lui potete soddisfare.
Calipso, la dea della notte, amante di Ulisse, per distoglierlo dal proposito di tornare a Itaca dalla sposaPenelope, gli promise l’immortalità, ma inutilmente.
L’eroe preferì tornare a vivere e morire a casa sua, fra le braccia della diletta sposa…
Voi vi credete meglio di Calipso?
E poi la vostra concorrente più che a Penelope somiglia a Tina Pica? Tenete duro allora e che vinca Cupido sui seguaci di Edipo…

DICEMBRE 2015

ALBERTO BONERA, "Senza più confini"

Mai più confine tra nazione e nazione, tra femminile e maschile, tra nero e bianco, tra bene e male, tra brutto e bello, tra sopra e sotto, tra femminile e maschile, tra dentro e fuori, tra ricco e povero, tra saggio e idiota, tra giusto e malvagio, tra luce e tenebra, tra mio e tuo…
Che fascinoso ideale, che miraggio salutare, che beatificante visione!!!
Comunione universale, integrazione assoluta, pacificazione globale, unificazione finale, pianificazione cosmica, pace indifferenziata, fusione suprema dell’uno-tutto col tutto-uno!!!
Non siamo forse una sola cosa?
Noi tutti uomini, pur diversi per razza (ma esiste una razza?), per storia (ma esiste memoria?), per religione (ma esiste più una fede?), per anima (ma esiste uno spirito?).
Nulla più ci può dividere gli uni dagli altri, basta conflitti, agoni, diatribe, lotte (intestine), intolleranze (alimentari), opposizioni (parlamentari).
Finalmente tutti aggrumati in un infinito oceano senza onde, senza lidi, unito… Senza confini (dal lat. fines) siamo, ora sì, infiniti.
Lo pensiamo (dal lat. pendere = pesare) per davvero quanto sopra?
Allora siam pronti (dal lat. parati) a la festa finale dei poteri occulti, che hanno le idee molto chiare su come occultare (nel senso giuridico penale di far sparire) noi.
Coraggio!!!
Urge uno scatto di orgoglio per potere continuare a operare e sperare contra omnem spem.

GENNAIO 2016

ALBERTO BONERA, "Smog interiore"

Lo smog è nell’aria intorno a noi, ma ha preso stanza anche dentro di noi: una caligine spessa e limacciosa, che appesta il nostro giardino interiore, impedendoci di distinguere i confini dei pensieri, le vie da intraprendere, i sentieri da esplorare, le scale da ascendere, le celle rifugio, in cui ritirarsi in attesa che l’aura si faccia più trasparente.
Insomma si naviga a vista cercando di evitare gli spigoli aguzzi e taglienti, i massi rocciosi opprimenti e le botole d’abisso nascoste tra i cespi spinosi e i sassi lubrici di umido muschio e ponti pericolanti appena abbozzati su orridi botri dalle inquiete ombre nere tra cui serpeggian qua e là anse argentee di gelide acque, schiumose di rapidi vortici tra lame di pietra sporgenti e fosche spelonche…
Come precarie creature del sottosuolo procediamo al lume incerto di una lanterna da minatore sondando il ventre della balena, come Giona, che conobbe il soggiorno negli inferi per tre dì e tre notti, prima di venir vomitato alla luce e alla vita.
Così Ninive si salvò dalla rovina imminente per avere ascoltato il profeta!!!
Torna, o luce dorata della sapienza, a disperder la tenebra del nostro scontento e Brescia amata da sempre
tornerà salva ascoltando il verbo dei tanti Giona che ne invocano il riscatto!

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FEBBRAIO 2016

ALBERTO ALBERTO BONERA, "Sperare a oltranza"

In un clima umano sociale politico morale economico culturale religioso geo – fisico planetario così instabile e confuso non v’è altro da fare che prendersi cura il più possibile di ciò che, a fronte di un imminente per quanto scongiurabile naufragio, urge salvare a ogni costo prima sia troppo tardi: la pelle e la polpa, la vita corporale e l’anima che la abita.
Ognuno si procacci una scialuppa capace di resistere ai marosi, una zattera che almeno stia a galla il più a lungo possibile, un catamarano anti- ribaltamento, ma a prevenzione di temibili nonché probabili attacchi di squali predatori asseta-ti dell’ultimo prezioso sangue che ci resta, sarebbe consigliabile un’arca come quella di Noè in cui fare entrare tutti i soggetti a noi più cari (persone, animali, cose ma non denari) e pararsi al peggio.
Superata la tremenda procella, potremo così finalmente progettare una vita vera, autentica e libera.
Senza le bollette persecutorie, senza gli aguzzini della finanza, senza il pericolo di una nuova democrazia parlamentare rappresentativa dei nostri presunti bisogni, ma rappresentata da politici inetti e perniciosi, senza rate condominiali e senza richiami della banca, che ti aspetta sempre e ti segue con zelo, anche in cantina,senza lo Stato, l’onnipotente onnipresente grande fratello che ti sorveglia e spia in qualsiasi pertugio tu cerchi rifugio, senza l’opprimente dominio della tecno-scienza, polimorfa piovra che tutto attanaglia e divora… senza fine… né principio…
Ultima raccomandazione per chi tiene (ancora) famiglia: non vi sfiori l’idea balzana di lasciar fuori la
suocera dall’arca. Lei si salverebbe anche con un solo salvagente della Protezione Civile. Tanto vale fare i brillanti. Pioverà su di voi ogni benedizione celeste.
Buon viaggio ..

MARZO 2016

ALBERTO BONERA, "Conto finale"

È giunto il tempo di fare i conti e tirare un po’ le somme come si suole fare alla fine di un ciclo o di un’epoca o di un’era (scegliete voi).
Non si può più tergiversare, né mantenersi nel limbo dell’indifferenza agnostica e del dubbio sistematico, come se non fossimo capaci di ciò che eleva la nostra natura al di sopra di tutti gli altri enti del creato, cioè la capacità di scelta, che è libertà di scelta, la quale ultima presuppone come prima condizione la scelta di essere liberi.

Crisi significa appunto scelta, decisione, atto libero della volontà. Non è più tempo dell’et… et… (ogni cosa vale l’altra, tutto è equipollente come nel relativismo assoluto), ma del teutonico e solenne aut-aut (o questo o quello, o dentro o fuori, o pro o contro, o di qua o di là, o sì o no).
Certo, la tentazione del quieto vivere e della pace a ogni costo ci induce ancora al letargo e al rimando, quasi le cose possano volgere a nostro favore senza la nostra intenzione e il nostro sacrificio, quasi per sola fortuna.
Ma, come insegna il grande Niccolò, “La fortuna è femmina e per farla rigare bisogna batterla”, quindi, senza uno scatto della volontà virtuosa e della forza che ne consegue, vana è ogni speranza di riaggiustare il nostro cammino indirizzandolo a miglior destino, vane le nostre lamentazioni, vane le nostre preghiere, vano il nostro affanno quotidiano.
Al fine di diventare i pionieri di una nuova luminosa stagione per la nostra convivenza civile e per la tenuta del nostro patrimonio valoriale, urge decidere se avallare il male strisciante e imperante o se farsi fieri paladini di ciò che è sacro e inviolabile: la nostra eredità cristiana fuori dalla quale non resta che pianto e stridore di denti.
Ci sia di monito lo sciamare indisturbato di schiere di sorci in ogni angolo putrido di Roma, un giorno caput mundi, prima elevata agli dei pagani, poi sede eletta della sacra Ecclesia dei martiri e dei santi, ora destinata, se nulla muta, a ignobilmente ridursi a una cloaca maxima, agognata dimora di frotte di demoni per l’orgia finale.
Ninive si salvò dalla catastrofe annunciata perché ascoltò il grande profeta di sventura, e fece penitenza e digiuno per quaranta giorni.
Roma segua il suo esempio, o cadrà in irreversibile rovina.
Parola nel segno di Giona.

APRILE 2016

ALBERTO BONERA, "Tubi digerenti?"

 Tutti lo sappiamo. Comunque ci si sforzi di trovare un dato, un solo dato che abbia la forza persuasiva per convincerci del contrario, una cosa ci pare ogni giorno sempre più certa, di una tale evidenza che ci avvince in una spira sempre più stretta e ci induce ad un amaro consenso che sbigottisce e gela sul nascere ogni possibile replica: questa Europa, nata forse già morta sedici anni or sono, almeno per noi popolo d’Italia (escludendo quindi la casta che ci governa e una parca, ma pingue schiera di privilegiati, che da essa ricevono protezione e alimento) è una gigantesca fregatura…
Certo, illusi dalla astuta ed efficace propaganda degli europeisti, sofisti esperti nell’arte di ingannare le menti deboli e frastornate dei cittadini in maggioranza tele radio stampa dipendenti, avevamo abboccato come tinche lacustri all’amo del pescatore incallito, e speravamo che l’Europa, dopo la catastrofe dei due ultimi conflitti mondiali del Novecento, che ha visto i popoli occidentali massacrarsi l’un l’altro in nome della volontà di potenza, potesse, oltre che garantire la pace, promuovere una vera comunione delle nazioni in un rinnovato spirito di affratellamento nella comune consapevolezza di affondare le radici nella stessa matrice culturale greco romana e giudaico cristiana.
L’unione fa la forza, si pensava.
Ma la storia ha preso un’altra strada, voluta dai tecnocrati e dai banchieri che ha portato all’egemonia indiscussa il paese più potente economicamente, cioè la Germania, la quale ha dimostrato per l’ennesima volta di non essere in grado di fare da guida agli altri, motivata come è dalla esclusiva volontà di sottomettere il più debole e di marciare inflessibile senza considerare la tenuta di chi segue, destinato a cedere sempre più la propria sovranità, pena il suo annichilimento.
Ma un popolo che perde la propria sovranità conquistata attraverso una lotta secolare e anche il martirio cruento dei suoi eroi (v. Pietro Micca, Silvio Pellico, Enrico Toti, Francesco Baracca, Italo Balbo etc.) è destinato comunque a perire, moralmente e anche etnicamente, come qualsiasi uomo spogliato della propria identità personale e della sua libertà.
Del tramonto della civiltà europea non pare preoccuparsi più alcuno, forse anche perché già da tempo abbiamo rinunciato, tranne qualche raro caso, ad essere canne pensanti, come Pascal insegnava, e ci siamo tristemente rassegnati a gaudentemente sopravvivere come tubi digerenti.
Beato chi digerisce meglio!!!

 

MAGGIO 2016

ALBERTO BONERA, "Brodo primordiale"

 Muri o ponti? Ponti o muri? Qui è il problema. E noi italioti, eredi custodi del nepotismo l’abbiamo risolto scegliendo il neo- pontismo, appoggiati niente meno che dal Sommo Pontefice (da pontifex, fabbricatore di ponti).
I muri designano i confini sacri da difendere o da non oltrepassare. Caduti i quali, si va configurando il nuovo mondo, senza differenze (eccetto per l’immondizia differenziata), senza limiti, senza divieti, senza distanze, senza patria, senza radice, senza termine, senza distinzione. Insomma un vero e proprio brodo primordiale piatto e indifferenziato, da cui si eleva solo una stretta cerchia di super-uomini-guida, eletti tra loro e autoreferenziali, destinati a perdurare senza limiti di tempo e perpetuandosi in una sorta di sacra dinastia. Tra di loro e i sudditi si apre un abisso incolmabile. Guai a chi tenta di traversarlo, la rovina è certa….
Esageriamo? Forse, ma se non si drizza per tempo il collo al pane degli angeli (la retta sapienza degli avi) questa apocalittica visione rischia di avverarsi.
Ci mancava anche il ventilato progetto (di luterana marca tedesca) della donna-prete, a gettare nello scompiglio le già poche truppe rimaste fedeli al tradizionale impianto cattolico, già vessate da troppo tempo dagli scriteriati attacchi modernisti.
Resta e regna la grande confusione da anni pronosticata in cui non si intendono né i princìpi né i fini del nostro peregrinare terreno.
La suprema dea Tecne, manipolata dal Grande Portatore di Luce (Lucifero), sta espandendo i suoi tentacoli su tutta questa ex bella d’erbe famiglia ed animali.
Qualcuno pensa di salvarsi dall’omologazione imperante proclamando una neo-repubblica veneta con tanto di Doge solennemente eletto tra paramenti sontuosi e proclami sonanti.
Forse una gondola dondolante sulla dorata laguna ci risparmierà dal naufragio indifferenziato? Rema tu che remo anch’io …

 

GIUGNO 2016

ALBERTO BONERA, "Anomalie continue"

Giugno se ne sta andando tra turbini d’acqua e grandine con cieli foschi e minacciosi tra venti umidi e freddi, ma presto la canicola estiva imperverserà potente sui nostri asfalti e sulle piazze inerti e sui selciati roventi, sui muri insecchiti e sui cortili attoniti.
Beate saranno le fronde dei piantoni che fiancheggiano i viali della città rese ancor più turgide dagli straripanti fiotti d’acqua del grande innaffiatoio celeste (benedizione o castigo?).
Beata l’ombra elargita dalle loro ampie braccia gremite di foglie, amabile dimora per le festose cicale! Beato il loro suono palpitante e ipnotico nel loro eterno frinire!…
Beato il pedone che troverà un tenero riparo dall’arsura, sostando ai piedi augusti dei nostri vetusti castani!… Senonché con triste sorpresa qualche giorno fa ho assistito alla potatura delle piante del mio viale, evento assai incomprensibile in questa per quanto balorda stagione.
Da che mondo è mondo le piante si potano in inverno e mai in estate, pena causare loro un danno non irrilevante, oltre che privare noi della consolazione di fruire della loro ombra.
Certo ci saranno le solite motivazioni burocratico-amministrative: che le ditte cui sono appaltati i lavori entrano in opera solo se si danno i fondi necessari e che il Comune non ne giovava a tempo debito, oppure che l’unica ditta impegnata ha impiegato più tempo del previsto a potare le piante di tutta la città, o altre ragioni del genere.
Ma al fine che conta? Al posto delle fronde rigogliose spuntano nere trame di bastoni ignudi che segnano il sereno e sarà più insopportabile il sol leone per chi rimane in città a passare le ferie benedette.
Ci si abitua ormai ad una progressiva anomalia in talmente tante vicende umane da non riuscire più a stupirsi di nulla.
In tempi recenti è stato inaugurato il tunnel del S. Gottardo alla solenne presenza di tutti i plenipotenziari della nostra Pan Europa con un inquietante se non terrificante rituale massonico satanico nella chiara intenzione, da tutti i partecipanti condivisa, di dedicare l’imponente opera appena compiuta al grande
Architetto del mondo, Sìssignori … Lucifero in persona. Chiunque guardi il relativo video lo potrà lucidamente confermare. Se per raggiungere la Svizzera decidete di percorrere quel tunnel, sappiate che vi inoltrate in una spelonca di demoni incalliti e conviene munirsi di adeguati rimedi esorcistici al fine diserbare l’incolumità vostra e di chi vi sta vicino. Incredibile a dirsi!!!

AGOSTO 2016

ALBERTO BONERA, "Gloria dell’estate"

Che estate, ragazzi!!! Da incorniciare come una tra le migliori esibizioni di disarmante splendore e fastosa esuberanza. Una vera Signora Estate, che ha dispiegato in pompa magna e gratuita il suo potenziale taumaturgico e balsamico, sanando piaghe da tempo incancrenite e ferite purulente con un repertorio dovizioso di scenari favolosi, di canestri ricolmi di frutti esotici e succulenti, di serti di fiori variegati e verzure odorose, di cieli adamantini e brezze ritempranti e di fastigi di rocce secolari specchiantesi in acque smeraldine, di sabbie dorate e fondali marini trasparenti come alabastro intatto, di polle sorgive nelle solitudini alpestri, di ventagli lucenti di vette ardite ed erte come lame affondate nei cieli cobalto, perenne e casto sfondo alle cime dei nostri monti sacri del sacrificio di quanti eroici alpini ce li hanno donati restituendoli alla patria amata.
Non v’è luogo di vacanza che non sia stato preso di mira da turisti di ogni sorta, connazionali e non, ampiamente corrisposti dalla amenità delle plaghe visitate e frequentate fino a inebriarsene pienamente per farne preziosa riserva cui attingere nelle stagioni fredde venture.
Il sole ha signoreggiato su tutte le creature baciando ogni erba, ogni fusto, ogni sasso, ma privilegiando le membra ignude di innumeri corpi muliebri che si sono offerti al suo amplesso fecondo, forse preferendolo a quello coi partner virili di turno, destinati ad attendere lo scemare del lume solare per raccogliere anch’essi poverini la dovuta razione, parca ma indispensabile per tirare avanti nelle difficili vite di coppia. Concorrere con il divino Fetonte (nome mitico del Sole) è tempo buttato. Tanto vale stare buoni in cuccia in devota attesa della diletta, destinata a tornare stremata dal bollente connubio. Fetonte da par suo le ha visitate tutte queste sirene ineffabili e lasciato il suo nero o ambrato sigillo sui loro dorsi levigati, sui glutei parlanti come quelli di Canova, sulle cosce affusolate, sui piedi apollinei infine su tutte le curve e cavità nascoste …
Capolavoro di questa indimenticabile estate.
Ma attenzione! In cauda venenum (in coda sta il veleno) e in una tremenda notte la natura da prodiga dispensatrice di beni si è trasformata in perfida matrigna vendicatrice e ha inferto un colpo letale al cuore del nostro bel paese.
Una gravissima sciagura sismica ha sporcato il candore di questa splendida estate e gettato nella rovina tanti nostri onesti concittadini. Quale sbigottimento! Quale sconcerto! L’incubo della nostra impotenza e miseria ci ha di nuovo pervaso. Ma ci ha dato anche l’ennesima conferma di quanto sia virtuoso il nostro popolo nel soccorrere i disgraziati e nel dare prova di eroica solidarietà nel tempo della sventura: in questo siamo insuperabili oggi e sempre.
Non saremo forse più un popolo di navigatori e costruttori di avvenire (la Nuova Europa non ci vuole più in questo ruolo) ma nel nuovo contesto dell’ordine mondiale possiamo a pieno titolo vantarci di essere diventati un grande popolo di barellieri (con buona pace delle élites clerico-pacifiste che ci governano).

 

NOVEMBRE 2016

ALBERTO BONERA, "Sacra minzione"

In memoria dell’opera di Christo al lago d’Iseo.
Anch’io venni!
Anch’io vidi!
Anch’io passai sul dorato tappeto galleggiante sul lago d’Iseo, opus maximum di Christo, che ha scelto proprio il nostro incantevole luogo lacustre per lasciarvi in imperituro sigillo del suo genio ovunque invocato e acclamato.
Potevam forse mancare l’appuntamento del destino e della storia piovuto come un dono dal cielo a un passo da casa?
La gente ha compreso e risposto come conveniva e da ogni dove, dai borghi, dalle valli, dai casolari, dai pagi e dalle città più lontane si è riversata sulla darsena della partenza per l’agognato pellegrinaggio, sopportando l’indicibile nella interminabile attesa del fatidico momento di posare il piede sul suolo sacro del floating piers.
Ineffabile emozione lasciarsi portare dall’ondeggio dell’acqua sottostante assecondandone il respiro.
Divin prodigio lievitare sulla piana del lago come sorretti da angelico grembo!!!
Quid beatius? Cosa di più ameno?
Anch’io mi sono unito all’immane fiume umano e ho raggiunto l’isoletta di S. Paolo e l’ho circumnavigata passeggiando sul molle pavimento buttando esoso lo sguardo sulla villa vetusta e sulle ambigue ombre della folta vegetazione interna tra drappi di muri a tratti occhieggianti e misteriosi cortili orlati da fronde rigogliose.
D’ intorno la massa vellutata e scura del lago fregiato da bisce di lumi quali larve migranti da calde dimore lontane o da barche sul tremolio vespertino dell’onda appena sospese….
Sopra l’abbraccio delle eterne fiaccole del cielo immoto …
Docile fibra dell’universo siamo e su quella passerella lo abbiamo inteso chi più chi meno….
Il problema è che non siamo solo coscienza, ma anche bipedi soggetti a bisogni corporali e se, dopo il lungo pellegrinaggio, ti premeva il desiderio di una minzione, ci si trovava inguaiati dal fatto che i cessi predisposti per le immonde secrezioni di tanta folla non erano adeguatamente capienti per cui all’approdo a Monte Isola un tanfo nauseabondo ha invaso l’aria intorno costringendo il povero pellegrino a tapparsi naso e bocca per un certo tratto.
Io, lo confesso, la minzione l’ho lasciata a mezza costa all’ombra argentea di un olivo obliquo nel lume tardivo della magica sera: Sigillo d’artista dedicato al fiocco di luna pendente sul lago, ultimo forse vessillo della bellezza perduta…
L’arte, per piacere, lasciamola da parte….