Interviste

OTTOBRE 2006

BRESCIAOGGI

GIAN BATTISTA MUZZI, in «Bresciaoggi», lunedì 2 ottobre 2006.

Tipi bresciani / Compositore, pittore, e «discepolo» di Platone, ha cercato di coltivare negli anni la sua particolare predisposizione per tutte le forme artistiche – Alberto Bonera, l’«imitatore filosofo» “La macchietta più riuscita era quella di Brera, ma facevo bene anche Boni. I quadri e gli spartiti? È il mio spirito creativo che si manifesta” – «A 40 anni ho smesso col cabaret e mi sono detto: adesso faccio l’intellettuale», in «Bresciaoggi», lunedì 2 ottobre 2006.

Testo integrale →Parlare con Alberto Bonera significa, prevalentemente, ascoltare; ed essere investiti da uno tsunami di discorsi filosofici, artistici e musicali, che si intersecano e collegano in un eloquio forbito e accattivante. Talvolta si rimane perplessi e sconcertati di fronte ai suoi equilibrismi logici, talaltra non si condividono le sue conclusioni; sempre, però, si deve dare atto della vivacità e della facondia della sua oratoria e del suo modo di porgere.
È una persona dai tratti comuni, senza particolari eccentrici che lo facciano notare e che attirino l’attenzione; non lo diresti un tipo. Insomma, nulla del portamento e del tratto fanno avvertire l’originalità e la singolarità di Bonera. Tranne, come dicevo, la favella: bisogna lasciarlo parlare.
Non per niente il nostro concittadino è laureato in filosofia all’Università di Pavia.
«Mi sono laureato negli anni caldi del Sessantotto, non su Levi Strauss o con una tesina su Mao, com’era costume allora, bensì studiando, e con sagacia, su Platone, sulla metafisica di Aristotele, su Heidegger (il mio maestro) e su Nietsche, un altro dei miei preferiti. Nell’università, in quegli anni, non si faceva quello che si sarebbe dovuto fare, cioè studiare storia della filosofia. Io, allora, me la sono studiata da solo. Ho studiato la filosofia antica, ovviamente, della quale sono innamorato. E a questo proposito ho ammirato moltissimo il lavoro di Severino; anche se non condivido le conclusioni finali del suo discorso, debbo dire che dal punto di vista formale è un maestro».
Alberto è figlio del più noto Piero Bonera, professore di matematica presso l’Università di Brescia, scoperto dal sindaco Boni e del quale era molto amico.
«Dieci anni dopo la scomparsa di mio padre, Boni volle tenere all’Ateneo il discorso commemorativo. In quell’occasione ebbe modo di esporre tutta la propria sapienza matematica, appresa da mio padre. Per me, quel discorso fu un serbatoio di stimoli per le imitazioni».

Non vedo il nesso tra la sua passione filosofica e le imitazioni…
«Nella mia giovinezza ho avuto anche lo spazio per fare il cabarettista. Ho lavorato parecchi anni per Teletutto e per Rete Brescia, facendo l’imitatore. La mia macchietta più riuscita era quella di Gianni Brandy (Gianni Brera) nella rubrica la Gazzetta dello Snob; i testi me li scriveva Palazzi, che lavorava per Rete 4. Non parliamo poi dell’imitazione che feci di Boni, piazza Vittoria, negli anni ’86-87, in occasione della Mille Miglia… La gente credeva che fosse tornato lui, il sindaco. Altri miei cavalli di battaglia erano Gassman, Fellini e tutti i politici. L’ultima mia imitazione, perfetta, è stata quella del cardinale Tonini.
Ero il numero uno e se avessi creduto fino in fondo nelle mie capacità di imitatore, avrei potuto fare carriera. Così, a Brescia, mi hanno etichettato come l’imitatore.
Successivamente questa esperienza, positiva allora, mi ha nuociuto, in parte».

Le esperienze positive della gioventù come possono nuocere nella maturità?
«E’ presto detto, anche se mi serve tempo per spiegarmi. Cominciamo. Io ho sempre avuto una disposizione per tutte le forme artistiche, però fino a 35 anni la mia passione è stata la filosofia. A quarant’anni ho smesso con le imitazioni. Ho voltato pagina e mi sono detto: “Adesso faccio l’intellettuale, perché è la mia vocazione originale”. Per me, infatti, il cabaret era stato una specie di esercizio d’ironia, di disincanto, e aveva una sottintesa connotazione critica, polemica e non potendo liberamente fustigare i costumi con la mia causticità perché sono agli antipodi della diplomazia, avevo usato questo escamotage».

Un autodidatta ma di talento
«A 42 anni, da privatista e con una fatica enorme, mi sono diplomato in pianoforte. Poi mi sono preso un maestro di composizione, un certo Priori, che è architetto ed è maestro di composizione a Riva del Garda. Gli ho fatto vedere le partiture che avevo composto e lui mi ha detto: ”Non cambio una nota di quelle che hai messo”».

È stato un bel riconoscimento per lei. E poi cosa è successo?
«Ho cominciato a frequentare gli ambienti artistici. Conosco tutti al Conservatorio, però quando mi vedono mi chiedono solo le imitazioni. “Dai, Alberto fammi Gianni Brera! Ma io sono anche un musicista!
Ho cercato, allora, di dialogare con i compositori: quando seppero che anch’io componevo, sono scomparsi dall’orizzonte. Ho preso l’appuntamento con il maestro Facchinetti, che è il numero uno. O non mi dava udienza o si dimenticava… sono stato ore fuori da casa sua. Gli ho portato alcune mie composizioni. Ha capito subito, che ho del talento, anche se sono un autodidatta».

Cosa le ha detto?
«Io gli ho detto: Maestro io non ho fatto composizione al Conservatorio; io sono uno extra ordinem; non ho fatto il cursus studiorum regolare, non sono dentro il palazzo né faccio parte della nomenklatura… Ma qui da noi c’è un pregiudizio su chi è autodidatta. Ma autodidatta non significa chi non ha la scuola; autodidatta è uno che ha studiato. Io, per esempio, ho impiegato mesi e mesi a studiare dentro le partiture ed a capire le strutture armoniche».

La grammatica e la dodecafonia
«Dal punto di vista formale, gli accademici avrebbero potuto accusarmi circa la grammatica. Io, in effetti, ho fatto un percorso inverso al loro. Io ho capito che lì al Conservatorio mi avrebbero insegnato solo la grammatica; tutti gli allievi, anche di talento, che escono da queste scuole, sono purtroppo rovinati dalle imposizioni grammaticali dodecafoniche. Ci sono dei maestri, qui a Brescia, che impongono la dodecafonia. Invece, la dodecafonia, che è stata una grande rivoluzione del linguaggio musicale, ha funzionato quando era agli inizi, poi… È come se uno continuasse a fare i quadri con i tagli di Fontana. È superato!
L’avanguardia è forte alla nascita, ma poi bisogna ritornare alla forma. Bisogna rifondare. Io volevo parlare con loro di nuovi linguaggi, di musica, di arte. E invece uno parlava di palanche, l’altro parlava di concorsi e un altro ancora di donne. Ho incontrato burocrazia, concorsi e poco altro. Nonostante ciò, nel nostro Conservatorio ci sono anche delle persone bravissime professionalmente: io le conosco bene. Però il Conservatorio è come la Curia; tu entri in Curia e come fai a trovare Gesù Cristo?».

Con questo intende dire che ha incontrato grande difficoltà per un suo inserimento nel mondo musicale bresciano?
«Praticamente c’è stato un muro. Ho trovato una grandissima difficoltà, una diffidenza che m’è sembrata senza giustificazione.
Questi approcci mi hanno messo in crisi e sono entrato in una profonda depressione. Ho dovuto ricorrere agli psicologi. Non volevo fare la fine di Mahler, che aveva un complesso di persecuzione. Ma cosa ha mai questa città? Qui a Brescia non so cosa c’è. C’è questo sistema catto… catto… Non so come definirlo. C’è un sistema filo-pauperista, filo-terzomondista, ma fatto di gente che ha i frigoriferi pieni. Io non ce la faccio. Io non ce la faccio».

Allora ha mollato tutto?
«No. Quando ho letto di Musorgskij, di quello che ha fatto e delle stroncature che ha ricevuto, mi sono consolato. Perfino un genio assoluto come Šostakovič è stato criticato a Mosca. Berlioz è stato uno dei più grandi inventori del linguaggio musicale, eppure è stato trattato come è stato trattato. Io non pretendo niente da nessuno, ma un centesimo di quello che avevano questi grandi ce l’ho, questa fiamma che spira ce l’ho, perché me l’ha data il Signore. Beh, allora a questo punto sono anche in pace».

È riuscito in qualche modo a trovarsi in sintonia con qualche musicista?
«Oh sì. Ho trovato molta comprensione al di fuori di Brescia. A Bolzano, per esempio: il pianista che attualmente collabora con me, Enrico Pompili, è uno dei pianisti di livello molto alto nella musica contemporanea, una persona di una serietà e di una letizia cristiana; una grande persona per la sua saldezza morale. Ho trovato ascolto anche a Bergamo. Sono in rapporto con Ballista, per esempio, che è una persona straordinaria di Milano, persona con cui puoi parlare di cultura, di filosofia, un grande pianista, è direttore d’orchestra ad alti livelli; sono stato a casa sua e quando viene a Brescia ci incontriamo sempre. Conosco bene anche Bogino, un pianista russo, che dopo aver visto i miei lavori mi ha scritto entusiasta; Stupner mi ha riconosciuto un’assimilazione straordinaria degli stili e mi ha detto: “Non so se ci sia qualcosa di nuovo nella sua musica, però… non me la sento di correggere una nota”. Ho trovato anime degne dislocate qua e là. E poi il giovane pianista Colli, allievo del maestro Marangoni».

La sua musica non è molto conosciuta. Lei compone molto e dove si eseguono le sue opere?
«La mia produzione non è poca, ma è come messa all’ostracismo. Per questo motivo in questi anni ho dovuto organizzarmi, tutto da solo, dei concerti al San Carlino, a mie spese, durante i quali un valentissimo pianista ha proposto alcuni miei brani collegati tra di loro da una mia presentazione. Al San Carlino è venuto anche il maestro Conter, forse per darmi una pugnalatina, invece non ha potuto scrivere male anche se non ha scritto la verità; l’anno successivo è venuta la figlia, in occasione della presenza di Rivolta, e lei mi ha dato del dilettante. Quello, invece, che è stato gentile con me è stato Bizzarini, del Giornale di Brescia. Sul Bresciaoggi aveva ben scritto di me la Piera Maculotti».

Qual è la sua personale idea della musica?
«Io intendo la musica in modo molto velleitario. La musica, come tutte le grandi forme d’arte, è il linguaggio del pensiero ed io sono affascinato dal Logos. Non intendo Logos in senso stretto, soggettivistico come l’intende tanta cultura contemporanea. Il Logos è immanente all’uomo ma anche trascendente. Quando in Parmenide ho letto che l’Essere è Pensare, io sono rimasto stupefatto. Il mio approccio alla musica è una conseguenza del mio innamoramento del pensiero. Pensare e musicare sono la stessa cosa. Platone diceva che Dio perennemente geometrizza. La musica, nella sostanza, è geometria, è senso. La struttura del linguaggio musicale, anche graficamente è abbagliante: ma questa geometria deve essere il riverbero del pensiero. Il pensiero è qualcosa di misterioso e ha una funzione schematizzante e disciplinante della realtà. La cosa più grande che ha scoperto l’Occidente è lo scontro-connubio tra pensiero ed essere. La musica rientra in questa grande eredità del pensiero occidentale.
La musica io l’ho interpretata in questo senso. Naturalmente la musica, a differenza della filosofia, offre molte più possibilità di libertà e di spazio. Dà la possibilità di comunicare qualcosa di assolutamente intimo e personale come un sentimento ed uno stato d’animo e di tradurlo in un linguaggio che è comunicazione: questa è un po’ la magia stessa dell’arte: disegnare un luogo d’incontro tra la materia e la non materia. Secondo me, se muore la musica muore anche il pensiero occidentale, il pensare e l’essere. La musica è la diretta conseguenza dell’incontro con l’Essere, di questo stupore dell’Essere. Le grandi pagine della musica sono un’elevazione del pensiero».

L’argomento è molto complesso, filosofia e musica si intrecciano. Dipende da questo il fatto che molti, del popolo, si appisolano quando sono costretti ad ascoltare certa musica classica?
«Il popolo si addormenta anche se gli si legge Dante, Dostoevskij o Shakespeare perché gli manca l’educazione. Se noi non alimentiamo l’anima intellettiva e continuiamo a favorire l’anima concupiscibile, otterremo sempre questi risultati. Ma c’è una musica classica che addormenta anche i cosiddetti cultori: è quella che predilige la grammatica a ciò che è sentimento, a ciò che è spirito.
Il problema, allora, è quello di restituire l’arte a sé stessa uscendo dalla crisi in cui l’arte si trova dal secondo dopoguerra. Ma l’arte è in crisi perché lo spirito è in crisi».

Nota: Gian Battista Muzzi, autore dell’articolo, ripropose (con il titolo “Alberto Bonera – L’imitatore filosofo”) il medesimo testo nelle pagine 122-131 del volume «Tipi Bresciani – Estro e passione», edito nel dicembre 2006 a Roccafranca (BS) da “La Compagnia della Stampa Masselli Rodella Editori”.

 

OTTOBRE 2006

BRESCIAOGGI

g.b.m. (GIAN BATTISTA MUZZI), in «Bresciaoggi», lunedì 2 ottobre 2006.

Alcuni suoi brani sono stati eseguiti a Radio Ljubliana, ma a Brescia “c’è una diffidenza ingiustificata” – La musica e la pittura: le due grandi passioni – «Ho mostrato a Sgarbi alcuni miei disegni sulla Divina Commedia: sembrava interessato», in «Bresciaoggi», lunedì 2 ottobre 2006.

Testo integrale → Alberto Bonera proviene da una famiglia borghese. Sostiene di essere nato, si fa per dire, in casa Bazoli, che ha frequentato moltissimo. È stato amico affezionatissimo di Ercoliano, presidente della Provincia, una persona straordinaria, luminosa.
Cresciuto nel mondo cattolico, ha vissuto da intellettuale la crisi del Sessantotto, facendone sue tutte le grandi istanze e traducendole in lievito per la sua fede, attraverso un originale percorso di sofferenza esistenziale.
Passato attraverso qualche breve esperienza all’Università Cattolica ne è uscito amareggiato, come è rimasto deluso dal rapporto intellettuale con i Padri della Pace, che frequentò per un po’ di tempo.
Non nutre, però, ostilità o avversione per questi ambienti, né tanto meno nei confronti del mondo culturale bresciano. Dopo la scoperta e la scelta della sua vocazione intellettuale ha raggiunto, si potrebbe dire, un’atarassia che gli permette di vivere in pace con sé stesso e con gli altri.
Le sue passioni sono la filosofia, la musica e la pittura. Parte della sua produzione musicale è stata eseguita a Radio Ljubljana dal maestro Pompili e al Festival della musica contemporanea di Bolzano. Tra i brani ai quali è più affezionato si ricordano sette elegie atonali e sei Studi attraverso i quali sviluppa un percorso filosofico-teologico. Egli sostiene: «La musica per me è un mezzo del quale mi servo per esprimere il mio pensiero come intellettuale».
Ma non si deve pensare che tutta la sua musica sia elaborazione concettualistica, perché tosto aggiunge: «Secondo me una delle grandi lacune della musica contemporanea è quella di farsi completamente sorpassare dalla musica leggera nella capacità di coinvolgere. È vero che le masse che si lasciano trascinare dalla musica rock ascoltano più l’anima concupiscibile che quella intellettiva, però è anche vero che la musica contemporanea offre delle grammatiche astratte, cerebrali totalmente deconnesse dalla vita interiore dell’anima. Io penso che la musica debba avere sempre come finalità quella di guadagnare il cuore dell’ascoltatore. E aggiungo: in questi anni è stata dichiarata guerra alla tonalità ed io sono forse anche unico nel tentare di riportare in chiave moderna la struttura classica».

Per concludere il tema della musica, cosa pensa del nostro concittadino, il compianto maestro Togni?
«Togni è stato un grandissimo scienziato, nel senso che, per me, in lui ha prevalso la scienza sull’ispirazione. La gente si scandalizza se parlo di ispirazione; ma se non c’è l’ispirazione, il contatto con la musa, l’artista è solo uno scienziato. Togni rappresenta il prototipo dello scienziato della musica. Io so che la musica di Togni è generalmente apprezzata, ma non è amata. La musica, come la donna, bisogna amarla prima di apprezzarla. Tuttavia egli è una pietra fondamentale della musica dodecafonica».

I quadri accatastati che tappezzano le pareti della sua casa rappresentano un’altra delle sue attività nelle quali filosofia e colore s’intrecciano; sono il frutto, come afferma, delle spinte ideali, anche molto focose, che gli urgono dentro, dei suoi desideri. «E’ il mio spirito creativo che si manifesta. Ho avuto occasione di mostrare a Sgarbi alcuni miei disegni di commento alla Divina Commedia e l’ho visto alquanto interessato».

Pensa di ottenere buoni risultati in questa manifestazione artistica, di avere dei riconoscimenti?
«Non credo. Con la pittura ho meno velleità. Quanto ai riconoscimenti non mi interessano; da mio padre ho avuto una grandissima scuola di umiltà, pascaliana.
Io mi sono formato su Pascal e su Sant’Agostino, che sono i miei padri spirituali…».

Parlando con lei di qualsiasi argomento si ricade sempre nella filosofia…
«Senza la filosofia non si può vivere. Noi siamo, purtroppo, in un tempo in cui si glorifica l’effimero, ma io sostengo che l’artista deve avere di mira l’eterno.
Scrivo anche degli articoli di filosofia della musica su una rivista on line; sono articoli piuttosto impegnativi, in cui tratto i rapporti tra la musica e il tempo, tra la musica e la poesia, tra la musica e la metafisica e cerco di rispondere alla domanda se sia possibile ancora oggi fare dell’arte. Se non si ritorna prestamente alle ragioni dei classici, cioè a rifondare l’estetica su una visione del mondo (Weltanshauung), se non si riposiziona l’uomo di fronte al mondo, siamo alla catastrofe. Ma pochi si dedicano a questi gravi problemi.
Io, a 56 anni, sono qui in esilio, come Cincinnato, a sperare. Ma non credo che entrerò nel mondo bresciano dell’arte e del pensiero perché non c’è un clima di libertà».

Nota n. 1 → L’articolo è corredato da quattro fotografie: “1” – Bonera al pianoforte; “2” – Bonera accanto ad un suo dipinto raffigurante il ritratto di Musorgskij; “3” – una pagina di uno spartito musicale di Bonera; “4” – un dipinto di Bonera (“Nudo femminile”).

Nota n. 2 → Gian Battista Muzzi, autore dell’articolo, ripropose (con il titolo “Alberto Bonera – L’imitatore filosofo”) il medesimo testo nelle pagine 131-134 del volume «Tipi Bresciani – Estro e passione», edito nel dicembre 2006 a Roccafranca (BS) da “La Compagnia della Stampa Masselli Rodella Editori”.

NOVEMBRE 2018

BRESCIAOGGI

GIAN PAOLO LAFFRANCHI, in «Bresciaoggi», 25 novembre 2018.

Credo nell’arte che sa evadere dalle accademie, in «Bresciaoggi», 25 novembre 2018.


Testo integrale → L’arte. Cos’è, in fondo. Se non una scheggia, moltiplicata all’infinito. Frammenti, guizzi, aforismi. Alberto Bonera procede per illuminazioni: quando scopre suoni, scolpisce storie. Nei ritratti dipinti, nei brani
pianistici, la stessa predilezione per la brevità, per quel lampo che è «mistero di un’anima». Coglierlo in uno sguardo: l’esercizio più nobile per chi realizza dischi e quadri colorandoli con la sua visione filosofica dell’universo, delle cose, della vita. «Funziono meglio nello spunto rapido, nel tratto breve», sorride Bonera nel suo studio d’artista in via Trento. Bresciano, classe 1950, la vocazione all’insegnamento nel Dna. Mamma Vittoria maestra di scuola elementare, papà Pietro professore universitario e matematico:
«Ricercatore, membro dell’Ateneo, amicissimo del sindaco Boni – ricorda -. Fu uno dei pochi casi di libera docenza in Italia, senza passare dal concorso».

Poteva insegnare anche lei, e ha insegnato, ma col passare del tempo si è fatta spazio la musica: il suo destino?
Una vocazione, maturata fin dall’adolescenza. Anche se il cammino che mi ha portato a scegliere e imboccare la strada desiderata è stato lungo.

Umanistici gli studi: il liceo classico Arnaldo, la facoltà di Filosofia a Pavia con una tesi sull’esistenzialismo positivo e sul tema della temporalità in Heidegger.
L’ermeneutica heideggeriana è stata fondamentale per me. Mi ha fatto comprendere le categorie storiche del pensiero occidentale. Nella sua impostazione ho visto la possibilità di salvare la metafisica in un orizzonte nuovo, uno sbocco verso la trascendenza. Io, che sono cattolico per educazione e per scelta, trovo che oggi la fede non abbia più un impianto filosofico che la sostenga. Ho tuttora venerazione per qualsiasi vera forma di pensiero alto, da Platone in giù.

Vent’anni da professore di italiano e storia alle medie. Poi?
Avevo portato avanti da privatista il corso di pianoforte, scrivendo brani d’ispirazione romantica. Il punto di partenza. Mi sono diplomato al Conservatorio e nel 1996 ho lasciato l’insegnamento per dedicarmi alla composizione, e alla pittura.

Artista, filosofo. Più musicista o più pittore?
Un musicista che dipinge.

Quali sono le sue maggiori influenze musicali?
Mi sento un figlio della modernità. Come riferimenti citerei Stravinskij, Shostakovich, ma anche Bach. Amo ascoltare, non mi pongo limiti.

I suoi maestri?
Massimo Priori, poi Paolo Ugoletti. Una grande scuola, che mi ha formato anche sull’aspetto sinfonico. Ho scritto anche tanta musica da camera.

Per i suoi pezzi pianistici, virtuosistici eppure vibranti, si è rivolto a diversi interpreti. A chi si sente di dire grazie?
Filippo Quarti ha eseguito le composizioni pianistiche della mia prima raccolta, «Presagi», uscita nel 2002. La mia produzione, fin dagli anni giovanili, confluiva tutta lì. È stato un passo significativo. Poi ho potuto collaborare con Enrico Pompili, grande esecutore di musica contemporanea.

Sei dischi. In quale si riconosce di più?
Dico il Concerto per pianoforte e orchestra numero 2. Nel 2013 è stato eseguito a Praga, diretto da Alfonso Scarano. Un successo che mi ha riempito il cuore. È la summa di questi miei anni, nata dall’idea di riprendere l’impianto dei concerti ottocenteschi e novecenteschi, dalla forma imponente, strutturata come una cattedrale. Dal naufragio dell’occidente all’addio di un clown, la visione romantica sa sfociare nell’ironia. Ci sono Hegel e Chopin, c’è il rapporto dialettico fra finito e infinito, ci sono tracce di Rachmaninov. E un movimento circense, di respiro felliniano, che traduce la tragedia in una pirotecnica esultazione carnascialesca, direi molto italiana.

L’1 dicembre presenterà il suo ultimo disco «Interferenze multiple» nell’aula magna del Polo Culturale Diocesano, in città.
Sì, ci saranno con me Chiara Rizza al pianoforte e il musicologo Enrico Raggi. Proporrò queste sequenze di stati d’animo nate come ritratti in musica, creazioni che la contessa Garavaglia ha già voluto al centro di un suo evento con l’aristocrazia milanese. Ho associato a ogni ritratto una composizione, attraversando i misteri della notte.

«Il professor Alberto Bonera mi ha osservato mettere le mani sul pianoforte e ha visto una luce. Il mio talento. Ha dimostrato lungimiranza. Gli sono grato». Chi lo ha detto?
Federico Colli. Un pianista eccezionale.

Oggi è affermato a livello internazionale.
Quando insegnavo lettere alle medie di Lograto sua mamma era mia collega. Insegnava matematica. Federico aveva 5 anni e voleva suonare la batteria. Ho intuito il suo straordinario senso del ritmo e mi son detto Questo è un genio! Gli ho dato i miei rudimenti: Diventerai un grande pianista. Non era difficile indovinarla, con un fuoriclasse come lui. Siamo rimasti in contatto, parliamo di questioni di ordine filosofico.

Il suo ventaglio di conoscenze artistiche è sufficientemente ampio da includere Vittorio Sgarbi come Federico Severino.
Sono amico di Federico, c’è grande empatia fra noi. Oltre alla condivisione delle problematiche dell’estetica contemporanea. Sgarbi è venuto a casa mia, ha apprezzato i miei disegni: le illustrazioni della Divina Commedia, di Don Chisciotte. Una quindicina di anni fa.

Quando dipinge lei è…
…Non mi inquadro in un filone preciso, perché la mia arte può essere simbolista, ottocentista, astrattista, figurativa, postfuturista. Rispetto la tradizione, ma con animo ribelle se mi confronto con certi luoghi comuni. Ritengo che si possa fare accademia anche con certa avanguardia. L’iperavanguardista è meno innovativo del conservatore, e conservare non è un male di per sé: come dice Sgarbi gli antichi sono più giovani perché più vicini alla fonte… L’arte concettuale non può mai sostituirsi all’opera, altrimenti per me muore l’idea di arte stessa. Oggi vedo tanti artisti, ma troppe accademie di potere.

Cosa sono per lei oggi le opere pittoriche?
Un’adorabile distrazione. Sono stato contento di esporre a Roma, nella primavera scorsa.

«Astro-logìe»: liriche visioni alla Dolce Vita Gallery. Con lei c’era Egidio Maria Eleuteri, professore che ha definito la sua arte una «sinfonia».
Le mie opere sono ancora là, a Roma. Di sicuro se m’immagino pittore io mi penso ritrattista. La mia predisposizione è sempre quella: fare ritratti. Quando dipingo come quando compongo.

Oltre all’arte?
Da ragazzo giocavo a calcio. Centrocampista, mi ispiravo a Rivera: non volevo correre, ma far correre la palla. Mi piace fare le imitazioni, ne ho fatte anche su varie emittenti locali, diventando amico di Enrico Beruschi.

Il suo pezzo forte?
Gianni Brera. Diventato Gianni Brandy, della Gazzetta dello Snob.